Il “Wokismo” come costruzione politica: la fabbrica del nemico nella comunicazione della destra contemporanea
Negli ultimi anni, il termine “wokismo” è diventato uno degli strumenti più ricorrenti della retorica politica di destra, tanto in Italia quanto nel resto del mondo occidentale. Ciò che un tempo indicava la consapevolezza sociale nei confronti delle ingiustizie — l’essere “awake”, svegli di fronte alle discriminazioni — è stato progressivamente trasformato in una caricatura utile a scopi politici.
In Italia, Giorgia Meloni ha fatto ampio uso di questo termine, soprattutto nei contesti in cui occorre ribadire l’identità nazionale o denunciare presunte derive “ideologiche” della cultura progressista. Ma dietro questa parola apparentemente marginale si nasconde una strategia comunicativa precisa: costruire un nemico simbolico, capace di catalizzare paure diffuse e di rafforzare il consenso attorno a un progetto politico che si presenta come difensore della “normalità”.
Il meccanismo è vecchio quanto la politica stessa: semplificare la complessità attraverso la contrapposizione. Se l’avversario è descritto come un’élite decadente che vuole imporre modelli “contro natura”, allora il leader si presenta come portavoce del popolo “vero”, radicato nei valori tradizionali. Così, temi complessi come i diritti civili, l’uguaglianza di genere, l’ambientalismo o la memoria storica vengono ridotti a simboli di un’unica presunta minaccia: il “pensiero woke”.
Meloni, come altri leader della destra globale — da Donald Trump a Marine Le Pen, passando per Javier Milei — utilizza il concetto di “wokismo” non tanto per spiegare un fenomeno, quanto per creare un campo di battaglia ideologico. In questo campo, ogni discorso sulla diversità o sull’inclusione viene bollato come estremismo, e chi lo sostiene come parte di un sistema culturale oppressivo e distante dalla realtà quotidiana.
L’obiettivo non è il confronto, ma la polarizzazione. Definendo “ideologico” tutto ciò che mette in discussione il modello dominante, si ottiene un effetto duplice: da un lato si screditano le istanze di cambiamento sociale, dall’altro si rafforza la percezione di un’identità nazionale minacciata. È una narrazione funzionale al potere, perché sposta il dibattito pubblico dai problemi materiali — disuguaglianze, precarietà, emergenza climatica — a quelli identitari, più emotivi e divisivi.
Il “fake” non è tanto nei contenuti espliciti della comunicazione, quanto nella struttura narrativa che li sostiene. Quando il linguaggio politico si appropria di concetti nati per promuovere la giustizia sociale e li trasforma in simboli di degenerazione culturale, non sta semplicemente interpretando la realtà: la sta riscrivendo.
L’uso del termine “wokismo” rientra pienamente in quella che molti studiosi definiscono una “guerra semantica”: il conflitto per il controllo del significato delle parole. Chi riesce a imporre il proprio lessico, impone anche la propria visione del mondo. In questo senso, la destra contemporanea si mostra abilissima nel manipolare la lingua politica e mediatica, adattandola ai propri obiettivi di consenso.
Ridicolizzare l’impegno civile, trasformare la sensibilità sociale in motivo di scherno, parlare di “ideologia gender” come se fosse una minaccia alla libertà individuale: tutto questo serve a neutralizzare il pensiero critico, a depotenziare le spinte culturali che mettono in discussione il potere.
Il fenomeno del “wokismo come nemico” è quindi un sintomo di qualcosa di più profondo: la difficoltà, nella società contemporanea, di accettare la complessità. In un mondo segnato da crisi ambientali, tecnologiche e sociali, la politica cerca rifugio nella semplificazione. Il risultato è una comunicazione pubblica che non informa, ma divide; non costruisce dialogo, ma identità contrapposte.
Giorgia Meloni, come altri leader populisti, ha compreso perfettamente che nel rumore mediatico di oggi vincere significa occupare il linguaggio. E così, dietro ogni accusa al “wokismo” si nasconde una strategia di potere: quella di svuotare le parole del loro senso originario, per riempirle di un nuovo significato funzionale alla propria narrazione politica.
In definitiva, la vera minaccia non è il “pensiero woke”, ma l’uso sistematico della manipolazione semantica per distorcere la realtà. È lì che si gioca oggi la partita più importante: quella tra chi vuole capire il mondo e chi preferisce riscriverlo a proprio vantaggio.
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